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Vedere turisti giapponesi in giro per le città e fotografare qualdsiasi cosa capiti sotto il ooro obiettivo è normale. Meno consueto è vedere tre nipponici che seduti attorno a un tavolino in centro a Torino ( Matsuji Takeishi, Kazuyoshi Yoshii e Akio Kaneoya) a caccia di un piemontese d’altri tempi (o meglio, dei suoi discendenti) emigrato in gioventù nella loro terra: Pietro Miola, classe 1870, ex garibaldino dal carattere amabile ed eclettico. Un viaggio, insomma, per ricostruirne gli ultimi anni di vita. Ma che cosa avrebbe fatto di tanto epocale questo signor Miola così da scatenare, a distanza di un secolo e mezzo, la curiosità di questi tre signori giapponesi? La motivazione pare reggere. I nipponici sostengono che Miola deliziò il loro palato con un sapore indimenticabile: quello dei maccheroni.
 Il vino rappresenta un’attrattiva molto forte per il turismo. Lo conferma il “ Secondo il Rapporto Città del Vino“. Prossimità, short break, convenienza e accessibilità sarebbero le caratteristiche che rendono il turismo enogastronomico una nuova tendenza, superata ormai la fase iniziale di pratica di “ nicchia“; un’abitudine scarsamente influenzata dall’andamento dell’economia, dei redditi e dei consumi generali. “Se il turismo enogastronomico è la principale voce di stabilità dell’intero comparto, capace di portare vantaggi a tutti, dalle aziende alla ristorazione, alla ricettività, ai grandi e piccoli comuni, è evidente che il settore ha bisogno di più attenzione, ma a tutt’oggi i fondi destinati continuano a scarseggiare – afferma il presidente delle Città del Vino Giampaolo Pioli – È necessario fare sistema, con strategie di marketing territoriale ed interventi finanziari mirati, per affrontare le sfide della competitività e sviluppare il ruolo dell’enoturismo a vantaggio delle economie locali”.
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 Nascono nei posti meno usuali e anche meno pensabili. Sono i ristoranti improvvisati, quelli che vengono messi su in case in loft presi in affitto, in locali “tradizionali” ma con formule nuove e aperture non regolari. Cioìò che li caratterizza è la cucina casalinga o gourmet, ma con menu fissi e conti low cost perché protagonista qui è la convivialità. File interminabili per avere un tavolo, cenare urlando per sovrastare le voci dei vicini. Contro il dilagare degli chef-star, la confusione e i conti esagerati, prende sempre più piede la tendenza segreta come le location in cui si svolge. Li chiamano “ hidden eatery” e sono ristoranti clandestini, illegali o underground: come i precedenti guerrilla stores, aprono all’improvviso e a tempo determinato in location insolite.
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 In un incantevole scenario di borgo medievale, a Finale Ligure, in provincia di Savona, dal 12 al 14 si svolgerà il Salone dell’ Agroalimentare Ligure, la tre giorni dedicata alle produzioni agroalimentari della regione, giunto alla sua sesta edizione. La manifestazione sarà potenziata sia a livello di spazi espositivi sia a livello di aziende presenti ed eventi collaterali previsti. Il contesto storico-culturale in cui viene è il Salone dell’Agroalimentare Ligure è molto particolare, si tratta infatti del Complesso Monumentale trecentesco di Santa Caterina e del centro storico cinto da mura medievali originali. Il Salone è costituito da una vasta area espositiva che ospiterà oltre 280 espositori, oltre 30 eventi collaterali all’esposizione di prodotti tipici.
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 In un incantevole scenario di borgo medievale, a Finale Ligure, in provincia di Savona, dal 12 al 14 si svolgerà il Salone dell’ Agroalimentare Ligure, la tre giorni dedicata alle produzioni agroalimentari della regione, giunto alla sua sesta edizione. La manifestazione sarà potenziata sia a livello di spazi espositivi sia a livello di aziende presenti ed eventi collaterali previsti. Il contesto storico-culturale in cui viene è il Salone dell’Agroalimentare Ligure è molto particolare, si tratta infatti del Complesso Monumentale trecentesco di Santa Caterina e del centro storico cinto da mura medievali originali. Il Salone è costituito da una vasta area espositiva che ospiterà oltre 280 espositori, oltre 30 eventi collaterali all’esposizione di prodotti tipici.
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 Nascono nei posti meno usuali e anche meno pensabili. Sono i ristoranti improvvisati, quelli che vengono messi su in case in loft presi in affitto, in locali “tradizionali” ma con formule nuove e aperture non regolari. Cioìò che li caratterizza è la cucina casalinga o gourmet, ma con menu fissi e conti low cost perché protagonista qui è la convivialità. File interminabili per avere un tavolo, cenare urlando per sovrastare le voci dei vicini. Contro il dilagare degli chef-star, la confusione e i conti esagerati, prende sempre più piede la tendenza segreta come le location in cui si svolge. Li chiamano “ hidden eatery” e sono ristoranti clandestini, illegali o underground: come i precedenti guerrilla stores, aprono all’improvviso e a tempo determinato in location insolite.
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 Una delizia per gli occhi e soprattutto il palato. L’antidepressivo per eccellenza rifugio per malinconie e nervosismo. Il cioccolato è questo e molto altro e questo fine settimana sarà il protagonista assoluto della sesta edizione della Fiera del Cioccolato Artigianale in piazza Santa Croce a Firenze. Per la prima volta sarà una struttura interamente al coperto a ospitare i 46 maestri cioccolatieri italiani e d’oltralpe, che delizieranno i cultori del cacao con le proprie specialità, preparate anche al momento, in un vero e proprio laboratorio. Le leccornie si potranno gustare dalle 10 alle 22 e saranno abbinate a specialità artigianali, come vini e caffè; mentre alle 18 saranno abbinate a bevande e stuzzichini biologici.
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 Sostituire la carne rossa con quella bianca per una dieta più leggera. Una scelta che però non sempre si può rivelare giusta. Secondo l’ EFSA (European Food Safety Authority), quasi un terzo di tutti i casi di campilobatteriosi negli essere umani è dovuto alla carne di pollo. Si tratta di un’infezione animale trasmessa all’uomo che figura tra le cause più frequenti di enteriti. La quale si manifesta con sintomi come crampi addominali, diarrea, febbre. Colpisce indistintamente bambini, giovani adulti e anziani. Generalmente si contrae attraverso l’ingestione di batteri provenienti da alimenti o acqua contaminati. Gli esperti stimano che solo in Europa ci siano ogni anno fino a 2 milioni di casi di campilobatteriosi e che questo sia dovuto tra il 50 e l’80 per cento dalla manipolazione e il consumo di carne di pollo.
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 Due anni di pausa, dal 2012 al 2013. Chiude così per due anni il ristorante catalano “ El Bulli”, tre stelle Michelin, eletto migliore del mondo negli ultimi tre anni dalla rivista britannica Restaurant. A darne la notizia è stato, a sorpresa, lo stesso proprietario, il famoso e discusso chef catalano Ferran Adrià, vate della cucina molecolare. Uno stop che dovrebbe essere solo temporaneo, in una conferenza stampa al salone della gastronomia spagnola Madrid Fusion Adrià ha promesso che “El Bulli” riaprirà dal 2014, dopo una pausa di “rigenerazione”. El Bulli si ferma, ma non smette. “I fornelli rimarranno accesi”, perché Adrià in questo periodo vuole sperimentare nuovi piatti, o meglio nuove soluzioni da proporre ai gastronomi di tutto il pianeta che quotidianamente affollano il suo locale dove un pasto costa in media 200 euro, ed è meglio prenotare qualche mese prima. “Non saranno due anni sabbatici. Ho bisogno di tempo per riorganizzare il menù per il 2014 – ha spiegato l’inventore della cucina molecolare – Quando tornerò non sarà più come prima”.
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 Cultura e buon cibo. È il filo conduttore dell’evento in programma questo fine settimana al quartiere fieristico di Calitri. La manifestazione, organizzata da Eapsaim (Ente Autonomo Promozione Sviluppo Aree Interne Mezzogiorno) e Marchingegno Srl (società di servizi operante nel settore turistico-culturale) punta alla valorizzazione del territorio calitrano e delle sue risorse più caratteristiche. Un calendario ricco di appuntamenti che parte sabato, alle ore 11.00, con la visita guidata all’area borgo castello di Calitri. Nel pomeriggio, invece, l’inaugurazione degli stand enogastronomici dove nutrita sarà la partecipazione degli imprenditori del settore.
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 Gli italiani cambiano stile di vita e a tavola preferiscono carne e formaggi, dimenticando, o comunque consumando pochi legumi, pesce e latte. Sono questi gli errori commessi nella dieta mediterranea, evidenziati oggi in un seminario all’Unioncamere dal professor Carlo Cannella presidente dell’ Inran. “Mangiamo il doppio della carne che serve al nostro fabbisogno – afferma il presidente, secondo cui invece basterebbe una volta alla settimana – perché ci portiamo ancora dietro un retaggio del dopoguerra che per crescere ci vuole la fettina”. Basterebbe quindi sostituirla con due fette di prosciutto tra i tanti prodotti tipici nazionali, che non corrispondono ai 150 grammi di un hamburger.
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 Una dieta sana ed equilibrata salva il nostro corpo e anche l’ambiente. Non molto tempo fa anche i Paesi che oggi vengono definiti ricchi pativano la fame, c’erano gli happy few, i pochi felici che mangiavano sontuosamente, mentre la maggior parte della popolazione viveva nell’indigenza ed era malnutrita. Oggi c’è ancora metà del pianeta in quelle condizioni, ma forse si inizia a comprendere come questo stato di cose derivi da una distribuzione non equa delle risorse ed è una coneguenza del consumismo dei paesi ricchi. Secondo Jean Mayer, nutrizionista dell’università di Harvard, riducendo del 10 per cento l’allevamento del bestiame destinato alle bistecche si potrebbero nutrire con grano e legumi 60 milioni di persone nel mondo. Così come un consumo ridotto di carne in generale potrebbe essere una delle possibili soluzioni per combattere la fame nel mondo.
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Che il vino, il buon vino e bevuto a tavola in modiche quantità faccia bene al cuore lo si sapeva. Ora è anche dimostrato. Un bicchiere di barolo, infatti, sarebbe un buon alleato contro l’ipertensione, ma a fare la differenza è la botte in cui viene fatto invecchiare. Il legno di quercia usato, infatti, rilascia sostanze efficaci per dilatare i piccoli vasi sanguigni e, quindi, per combattere l’aumento della pressione arteriosa. A rivelarlo è una ricerca tutta italiana i cui risultati sono stati pubblicati nell’edizione online dell’American Journal of Hypertension. Nello studio, condotto dall’università di Brescia con il coordinamento di Enrico Agabiti Rosei, sono stati analizzati gli effetti di quattro tipi di vino: il barolo maturato in barrique, barolo maturato in botti grandi, il rosso maturato in botti di acciaio e il bianco maturato in botti di acciaio.
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 Due anni di pausa, dal 2012 al 2013. Chiude così per due anni il ristorante catalano “ El Bulli”, tre stelle Michelin, eletto migliore del mondo negli ultimi tre anni dalla rivista britannica Restaurant. A darne la notizia è stato, a sorpresa, lo stesso proprietario, il famoso e discusso chef catalano Ferran Adrià, vate della cucina molecolare. Uno stop che dovrebbe essere solo temporaneo, in una conferenza stampa al salone della gastronomia spagnola Madrid Fusion Adrià ha promesso che “El Bulli” riaprirà dal 2014, dopo una pausa di “rigenerazione”. El Bulli si ferma, ma non smette. “I fornelli rimarranno accesi”, perché Adrià in questo periodo vuole sperimentare nuovi piatti, o meglio nuove soluzioni da proporre ai gastronomi di tutto il pianeta che quotidianamente affollano il suo locale dove un pasto costa in media 200 euro, ed è meglio prenotare qualche mese prima. “Non saranno due anni sabbatici. Ho bisogno di tempo per riorganizzare il menù per il 2014 – ha spiegato l’inventore della cucina molecolare – Quando tornerò non sarà più come prima”.
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 È un altro successo italiano in terra straniera. Si chiama McItaly ed è il nuovo panino che sbarca nei McDonald’s, uno dei luoghi più tipici del mangiare veloce e giovane. La catena americana dei fast-food è frequentata per il 50 per cento da clienti under 30, ed è qui che prova a fare breccia il nuovo panino italiano con insalata e ricco di sapori, ingredienti e tipicità tutte italiane. Si va infatti dalla carne nazionale, appunto, all’ olio extra vergine e prodotti certificati come l’ Asiago Dop e la Bresaola della Valtellina Igp. Il McItaly è entrati a far parte del menu e sarà messo in vendita per almeno sette settimane nei 392 punti vendita italiani. A presentarlo nel primo punto vendita in Italia della multinazionale ( Roma – Piazza di Spagna), è il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. “Sono grato a McDonald’s che si è prestata a questa grande operazione culturale” ha detto Zaia.
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 Un primato che sa di conferma. È quello che l’ Italia può vantare nei confronti di altri paesi in Europa per quel che riguarda i cibi di qualità legati al territorio. Un primo posto che si è consolidato nel 2009 con un vero e proprio sprint: su 50 nuovi prodotti a marchio certificato ( Dop, Igp, Stg) ben 19 sono italiani. La classifica generale ci vede in testa con 194 prodotti (il 21 per cento del totale), seguono la Francia con 167 e la Spagna con 129. Sono i dati contenuti nel “ Rapporto 2009 sulle produzioni agroalimentari italiane Dop, Igp, Stg” curato dall’ Osservatorio Qualivita. “L’agroalimentare di qualità parla italiano – commenta Mauro Rosati, direttore dell’Osservatorio -. Ed è un dato che non va letto da solo: parliamo non di nicchie ma di un segmento importante e trainante della cultura gastronomica del paese. Difendere questo tipo di produzione significa limitare l’impatto ambientale dell’agricoltura, tutelare la diversità del paesaggio, creare le condizioni per un rilancio del turismo.
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 La sua storia risale a molto tempo fa, addirittura, secondo alcuni reperti archeologici, ancora prima dell’epoca dei Vichinghi (divenuto uno dei loro principali alimenti e utilizzato come principale scorta di viveri a bordo delle navi), ed è rimasto intatto fino ai nostri giorni. Si tratta dello stoccafisso, merluzzo artico norvegese ( Gadus morhua) conservato per essiccazione che, dalle nordiche isole Lofoten, ha attraversato i mari e le popolazioni del mondo conquistandosi un posto di prestigio nella gastronomia di molti paesi. Secondo alcuni questo nome deriverebbe dal norvegese ‘ stokkfisk‘ oppure dall’olandese antico ‘ stocvisch‘, ovvero ‘ pesce a bastone‘, secondo altri invece dall’inglese stockfish, ovvero ‘ pesce da stoccaggio‘ (scorta, approvvigionamento). La sua è una storia che narra di profondi e limpidi mari, dell’incontro tra le acque gelide della Norvegia con quelle miti della Corrente del Golfo e di un popolo che ha saputo mantenere, tramandare e sviluppare una tradizione secolare.
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 Un alimento prezioso come l’oro e buono come pochi, in grado di rendere speciale anche una semplice fetta di pane raffermo. E soprattutto un alimento di cui l’Italia può vantare una delle migliori produzioni. L’ olio extra vergine di oliva viaggia con il nuovo marchio 1 00 per cento qualità italiana sui mercati di Stati Uniti, India e Singapore. Si tratta della prima filiera olivicola tutta agricola e italiana presentata già a dicembre da Unaprol, consorzio olivicolo italiano. L’iniziativa rientra tra le attività cofinanziate nell’ambito del primo contratto di filiera per l’olio extra vergine di oliva italiano sottoscritto tra Unaprol e ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Ma non e’ tutto, grazie all’intesa con Veronafiere, con la quale Unaprol ha siglato un accordo strategico triennale per la promozione dell’eccellenza italiana sui principali mercati di sbocco, il prodotto a marchio 100 per cento qualità italiana viaggerà insieme ad altre iniziative fieristiche programmate nel 2010.
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 Un primato che sa di conferma. È quello che l’ Italia può vantare nei confronti di altri paesi in Europa per quel che riguarda i cibi di qualità legati al territorio. Un primo posto che si è consolidato nel 2009 con un vero e proprio sprint: su 50 nuovi prodotti a marchio certificato ( Dop, Igp, Stg) ben 19 sono italiani. La classifica generale ci vede in testa con 194 prodotti (il 21 per cento del totale), seguono la Francia con 167 e la Spagna con 129. Sono i dati contenuti nel “ Rapporto 2009 sulle produzioni agroalimentari italiane Dop, Igp, Stg” curato dall’ Osservatorio Qualivita. “L’agroalimentare di qualità parla italiano – commenta Mauro Rosati, direttore dell’Osservatorio -. Ed è un dato che non va letto da solo: parliamo non di nicchie ma di un segmento importante e trainante della cultura gastronomica del paese. Difendere questo tipo di produzione significa limitare l’impatto ambientale dell’agricoltura, tutelare la diversità del paesaggio, creare le condizioni per un rilancio del turismo.
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